... E benvenuto/a su questo Blog. Mi chiamo Viola, mi piacerebbe presentarmi con questo racconto che ho scritto qualche tempo fa:
Benchè da pochi mesi vivessimo finalmente insieme, in un quartiere che, se da un lato non poteva dirsi propriamente rispettabile, dall’altro nessuno dei nostri vecchi amici si sarebbe potuto compiacere di definire malfrequentato, io non ero affatto tranquillo. Durante le sue pur saltuarie assenze, soprattutto, non ero sincero con me stesso. Non fui sincero quando incolpai antichi eccessi e recenti ricadute di quella febbricitante e pallida esitazione davanti alla porta di casa, bianca, su cui anche gli strati più superficiali e ancora freschi di tinta verde si aprivano qua e là in corone di fiori malati. Le spine della passione ed il gelo anonimo delle troppe chiavi che nell’attimo trafissero le mie abusate surrenali, impedendo che un conato fosse destinato al successo, l’attimo successivo non mi trattennero da un violento tremito nell’affrontare la doppia mandata. Il gesto convulso fu accompagnato da un fiotto di immagini, una molteplicità di luoghi, taluni forse inesistenti, eiaculati da una volontà torbida di fantasie che non accettava di saperla altrove. Malfermo sulle gambe percorsi pochi passi sonoramente discontinui prima che da una fuggevole occhiata all’orologio che fatale campeggiava al termine di quell’angusto eterno corridoio mi rendessi conto della luminosità che si diffondeva densa dal soggiorno. Oltrepassai, evitando con finta noncuranza di soffermarmici, il grande e polveroso specchio a muro che mi aveva separato per alcuni interminabili istanti dalla soglia della stanza. La conturbante, inappagante, inappagata pensosità del suo sguardo inchiodato nel vuoto si sarebbe detta così pesante da poter essere a malapena sorretta dalle quattro assi che le facevano da sedia. Ed io sentivo di non essere di alcun gravame per quei tristi legni in cui nascondevo i miei occhi, e non per questo più sollevato. Rinunciando da subito ad un approccio verbale che mi avrebbe trovato materialmente incapace di esprimermi, affidai l’impellente esigenza comunicativa ad un faticoso sorriso, certo di non essere passato inosservato. La/e mia/e convinzione/i, macerata/e tra i denti bruscamente serrati, cadde/ro quasi definitivamente sotto l' ineluttabilità di alcuni passi marcatamente rumorosi e non percepiti, alle mie spalle. Nonostante questo indietreggiai senza voltarmi, indietreggiai come sempre, indietreggiai sul pavimento sconnesso e raccolsi ogni energia residua per poter sussurrare anche una sola parola sufficientemente rassicurante. Per incontrarla, sperando di trovarmi. Ma la menzogna fu destinata all’insuccesso dall’urto contro il grande e polveroso specchio che vigilava sulla scena, dietro a me. Mi girai; sulla mia sagoma riflessa non vi erano tracce di polvere e la figura che mi scrutava da dentro lo specchio, al contrario di lei, sembrava ben conscia della mia presenza, da cui sembrava quasi trarre motivo di divertimento. “Lui” sorrideva, ma in maniera profondamente diversa da quanto avevo fatto io poc’anzi. Differente fu anche l’effetto che sortì su di lei che sopportai vedere essere stretta al petto dallo “sconosciuto” con tenerezza, ora anche lei sorridente. L’abbraccio dovette durare poche decine di secondi, che comunque furono più che sufficienti per privare me osservatore delle ultime forze e alfine di ogni forma di sensibilità. Tant’è che bastò un debole impercettibile gesto di “lui” per cancellarmi irrimediabilmente, con una sofferenza per me una volta tanto definitivamente liberatoria, dalla loro vita. I miei ultimi frammenti di pensiero non ebbero nessun dedicatario in particolare e abbandonare il loro piano di esistenza si rivelò non semplice, ma sicuramente più rapido di quanto avessi mai potuto immaginare. Rimanemmo “io” e lei soli quella sera in quella stanza, lei al solito apparentemente ignara di quanto accadesse intorno. Feci seguire poche stupide parole alla nostra breve effusione e alla mia facile efferatezza, a quel delitto spensierato, inghiottite da un silenzio di pensieri repressi. Eravamo soli. La cercai una seconda volta, ma la sua stretta si rivelò da subito letale. Compresi che stavo frettolosamente abbandonando il ruolo di carnefice per entrare in quello di vittima. L’ odore di morte che già ammorbava la stanza rese non maggiormente indolore, ma probabilmente più rassegnato questo passaggio. Caddi agonizzante ai suoi piedi, rannicchiato come un adulto nella bara di un bambino, le labbra accostate con una buona dose di voluttà alle sue calzature. Abbandonai rapidamente il suo piano di esistenza; non provai rimorsi, come avevo temuto in precedenza, per essermene uscito dallo specchio, e forse nemmeno pace. E questo per quanto riguarda la breve vita del Riflesso fu davvero tutto. Con un calcio e con sincero disgusto scostai da me il cadavere, mi sollevai da quelle quattro assi che fungevano da sedia e guadagnai con una certa sollecitudine l’uscita, accantonando la mia maschera pensosa, come lui la definiva. Sapevo essere anche drasticamente pragmatica all’occasione.

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